The Imitation Game, storia di un’ingratitudine

La mia recensione per CineCaverna: http://cinecaverna.altervista.org/2077/recensioni/imitation-game-storia-di-uningratitudine.html

id. – Genere: Drammatico/Storico – Regia: Morten Tyldum –Cast: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Mark Strong, Rory Kinnear Charles Dance, Allen Leech, Matthew Beard, Tuppence Middleton – Durata: 113 min – Anno: 2014

1406019549_the-imitation-game-movie-new-pic-2Partiamo da un interrogatorio:  Alan Turing è stato incriminato per atti osceni nei primi anni ’50. Alan  è uno dei crittografi e matematici migliori al mondo e ora si trova a dover raccontare la sua storia personale. Seguendolo nella narrazione approdiamo nel ventre logistico della seconda guerra mondiale approfondendo l’aspetto più trascurato a livello storico ma determinante per l’esisto degli eventi: la comunicazione logistica alle forze militari. Turing insieme ad altri quattro cervelli britannici ha il compito di decifrare Enigma, la macchina che permette ai nazisti di comunicare segretamente gli ordini alle truppe determinare e gli obiettivi militari. Quello che seguiamo, in piena analogia mimetica, è anche la genesi del primo calcolatore di cui Turing è il padre concettuale indiscusso.

download (1)The imitation game è una pellicola chiara sin dal principio: è unfilm narrativo in senso classico. La storia viene confezionata con una precisione geometrica assoluta assai pregevole. Il“gioco dell’imitazione” caratterizza non solo la struttura del film, che richiama le recenti tecniche delle fiction storiche britanniche , ma anche la storia personale di tutti i personaggi. Il team, infatti, è costretto a dissimulare il proprio lavoro essendo costretti al segreto di Stato e a lavorare sotto copertura, e lo stesso Turing è obbligato a tacere la sua omosessualità al mondo perché al tempo illegale;  pena la castrazione chimica o la galera (spesso a vita). Del resto la tesi di dottorato di Turing “The imitation game”, appunto, si basa su un concetto chiave: la realtà non è altro che una imitazione costante di tutti coloro che la vivono. L’uomo imita la natura, i suoi schemi e cerca di riprodurli, così come gli esseri viventi vicini all’essere umano si plasmano ad esso sviluppando tecniche di difesa o di adattamento sempre più efficaci. Questo gioco mimetico, tuttavia, non può essere rivelato perché metterebbe l’individuo in uno stato di svantaggio. Decifrare Enigma è appunto il primo tassello dell’imitazione, il passo successivo è utilizzarlo senza farsi scoprire o i tedeschi avrebbero inventato un nuovo Enigma. In questo ossessivo e doloroso gioco claustrofobico Turing si trova a reggere una menzogna che rappresenta l’essenza di quello che noi chiamiamo la necessità del “male minore”.

keira-knightley-in-the-imitation-game-movie-8In questa precisa e incalzante struttura filmica diretta dal norvegese Morten Tyldum, con sceneggiatori e operatori da tutta Europa, si mostra la Storia nella sua essenza più brutale, quella che non tiene conto della storia personale degli uomini, delle loro emozioni, e dei loro sentimenti ma della logica matematica di sopravvivenza e di spartizione delle risorse. LaStoria ha leggi brutalmente impositive che soffocano ogni personalismo. Finita la guerra però la  piccola storia umana sembra riaffiorare e con essa l’immortale sete di fuga proprio da quel gioco di imitazione che ci coinvolge tutti chiamato: omologazione sociale. In questo Turing spiana quello che sarà il tema centrale della lotta omosessuale: il diritto alla diversità.

Benedict-Cumberbatch-Imitation-Game-Trailer-679x350Da questa pellicola dal ritmo serrato resta, oltre che la giusta analisi di un genio immenso, l’enorme ingratitudine che gli uomini hanno per i propri simili qualora si dimostrino lontani dagli schemi borghesi e tradizionali di umanità, perdendo non solo il desiderio di conoscenza reciproca ma il rispetto basilare dei diritti fondamentali irrinunciabili. L’omosessuale è svelato nel gioco dell’imitazione e quindi esposto a un costante e perenne svantaggio sociale, dimostrando sulla propria pelle quanto l’uomo tutto sia lontano dall’essere una macchina o un animale da riproduzione.

Benedict Cumberbatch è assolutamente coinvolgente nel suo magnetismo espressivo, delicato e mutevole mentre Keira Knightley è incisiva e mai scontata, mentre Matthew Goode lascia respirare tutta la pellicola regalandoci momenti di puro umorismo britannico. Tutto il cast riesce a confezionare una bella pellicola, tesa, intensa e coinvolgente. Assolutamente consigliato.

★★★½

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Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.500 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Mommy: ritratto di famiglia con disagio

La mia recensione per CineCaverna: http://cinecaverna.altervista.org/mommy-ritratto-di-famiglia-con-disagio/

Genere: Drammatico. Regia:  Xavier Dolan Cast: Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon. Durata: 140 min. Anno: 2014

L1zsrAxE’ storia di Steve. Steve ha un disturbo dell’attenzione portato ad esasperanti provocazioni di violenza ed opposizione che lo rendono socialmente pericoloso, ingestibile e vittima della sua stessa rabbia vulcanica. Il film girato in formato in 1:1 lascia spazio a una sola persona nell’inquadratura simbolo dell’inferno particolare che si andrà a delineare, lentamente come la vita stessa, per tutta la durata del film. E’ anche la storia di Diane, la madre di Steve. Soffocata, schiacciata dal disturbo del figlio, si sente succhiare la vita costantemente da questo giovane aggressivo, eppure amatissimo in un’incrollabile pazienza. A questa vita che alterna le facce dell’amore e dell’odio atavico si inserisce Kyle, la nuova vicina balbuziente e remissiva che in loro sembra trovare un inaspettato contatto, gioia e persino affetto. Steve sembra migliorare. Diane trova un altro lavoro seppur misero, grazie a Kyle che aiuta Steve a completare gli studi dandogli ripetizioni quotidiane e sorvegliandolo. E’ tutto in equilibrio su un amore perfetto, semplice e costante, finché la realtà torna a piegare Steve costringendolo a rincorrere la propria libertà che si fa strada in una malattia che sembra invincibile.

downloadMommy, è la storia della malattia di Steve, dunque. E’ quella che schiaccia lo schermo a 1:1 e la sua assenza invece riporta lo schermo a 4:3. Attraverso questa lente che deforma la realtà di Steve, Dolan cerca di raccontare la visione della vita proprio attraverso questa limitazione cognitiva e spinge perché la complessità della storia restituisca l’affanno verso l’appagamento. Dolan tratteggia tre personaggi lontanissimi da qualsiasi paragone e da altri esempi già trattati. L’inizio lascia spazio a esilaranti scambi, che seppur nella loro stranezza, denotano una complicità totale madre e figlio dalla tenerezza esilarante. Poi si precipita insieme a Steve, non come spettatori ma come famigliari attoniti. Nelle grida, nella camera che gira vorticosamente, nelle risse e nei mobili rotti ci perdiamo, ci smarriamo ma soprattutto abbandoniamo le normali coordinate attraverso le quali giudichiamo ciò che è naturale e ciò che è sconveniente. Steve è una persona a sé nel vero senso della parola.

6a00d8341c730253ef01a511e4d895970cMommy è anche la storia dell’Amore. Non solo quello fra madre e figlio, quell’ancestrale incesto che Steve non riesce a vincere schiacciato dalla sua stessa paura di doversi separare dall’unica persona in grado di capirlo. O quello del padre di Steve, che una volta mancato, fa precipitare tutto esattamente come il figlio. Ma quell’amore misterioso che si insidia nonostante tutto. Attraverso la violenza di questo figlio, totalmente insensata ma esclusivamente malata ed emozionale, ci facciamo strada quindi nell’amore più genuino e totale che possa esistere. Una forza disperata che ritarda in modo quasi sovrumano, l’inevitabile. E’ quell’amore che sospende il giudizio, la malattia, il tempo, la violenza e anche la disperazione. Finchè tiene, Steve si salva, e noi con lui.

aspect ratio mommy expandGrandiosa l’interpretazione di questi attori semi sconosciuti. Brillantissima la regia e la sceneggiatura. Dolan giovanissimo venticinquenne ha già prodotto ben cinque film, tutti di estremo valore artistico. Un ragazzo prodigio dotato di una qualità profondissima: l’empatia. E’ un regista emozionale, pulito, sincero, profondamente onesto e per questo ottimo dietro la macchina da presa, naturale protesi del suo sguardo. Ma una menzione speciale la merita senz’altro la colonna sonora che spazia tranquillamente da Einaudi agli Eiffel 65 passando per Celine Dion e gli Oasis (la loro Wonderwall accompagna quella che è la sequenza migliore del film) e che probabilmente rasenta la perfezione delle ballate folk di Inside Llewyn Davis e la chiusura con Lana Del Rey.E’ vero Boyhood sembrava essere il miglior film del 2014. Niente di più falso, Dolan vince su tutta la linea e vince perché osa.

★★★★★

Il sale della terra, la disarmonia universale senza appello

La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/49413/sale-terra-disarmonia-universale-appello/

Titolo originale:  The Salt of the Earth

Regia: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado.
Soggetto: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, David Rosier,Camille Delafon
Genere: Documentario, Biografico
100 min
2014

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?
Matteo 5:13

Di Ciil_sale_della_terra_locandinanzia Carotti. La vita solitamente fa giri infiniti ma sicuramente la sorte di Sebastião Salgado è singolare. Dopo studi scientifici si è iscritto alla facoltà di Economia e Statistica nel suo paese natale, il Brasile. Abbandona una brillante carriera di banchiere per dedicarsi alla fotografia, complice l’aiuto della moglie Lelia Wanick Salgado e di un viaggio folgorante nelle terre africane. Salgado si occupa soprattutto di reportage di impianto umanitario e sociale, consacrando mesi, se non addirittura anni, a sviluppare e approfondire tematiche di ampio respiro che lo porteranno in America Latina, Brasile, foreste pluviali, deserti ma soprattutto in Africa.

31201674_il-sale-della-terra-sebastiao-salgado-apres-wenders-0Nessuno poteva prevedere, quando spese tutti i suoi averi per acquistare le attrezzature fotografiche, che sarebbe diventato il fotografo più amato e ammirato al mondo. Fotografo della miseria e della tribolazione umana, Salgado ha raccontato l’avidità di milioni di ricercatori d’oro brasiliani sprofondati nella più grande miniera a cielo aperto del mondo, ha denunciato i genocidi africani, ha immortalato i pozzi di petrolio incendiati in Medio Oriente, ha testimoniato i mestieri e il mondo industriale dismesso, ha perso la fede per gli uomini davanti ai cadaveri accatastati in Rwanda e ‘ricomposti’ nella perfezione formale e compositiva del suo lavoro.

1404816793854_8Il documentario racconta queste vicende arricchendole di sfumature biografiche narrate attraverso le voci del figlio, Juliano Ribeiro Salgado, il padre Salgado e la stessa Lelia Wanick Salgado. Wenders ci regala un vero proprio affresco che non è semplice descrizione biografica ma un viaggio attraverso un fotografo che è stato in grado di raccontare il destino dell’umana natura. L’uomo è appunto il sale della terra, colui che nel bene e nel male condiziona l’esistenza del pianeta e delle sue creature. Questa esperienza estetica potentissima viene raccontata con la consueta poesia a cui Wenders ci ha abituati.

a3fa07f2662d1410f27e49329e1be9d3Luci e ombre che ci restituiscono le emozioni del narratore, le voci che irrompono negli ambienti incontaminati, colonne sonore essenziali che trascinano esattamente al centro di ogni cosa: l’uomo. In questa epica umanista, tanto cara anche a Terrence Malick, si scorge il destino univoco di uomo e universo così intimamente e perfettamente collegati. Salgado riesce a realizzare in fotografia ciò che Wenders cerca di trasmetterci: la carne di Dio (l’uomo) rischia di compromettere lo splendore del mondo e al contempo riesce a farne parte con estrema naturalezza.

sebastiao_salgado_genesi_venezia_mostra__3__1Attraverso scale di grigi con chiaroscuri che impressionano e congelano il momento crudo e meraviglioso dell’esistere  riscopriamo i temi di quella storia infinita e insensata che Salgado stesso ha definito irrimediabile: l’esodo, la sofferenza, il calvario dei paesi sconvolti dalle guerre e dalle nuove schiavitù che iniziano ad affliggere anche i paesi occidentali in un vortice perenne di insensatezza da cui è difficile riemergere senza essersi interrogati sul senso della vita. Mentre il regista ritrae il fotografo in lacrime non possiamo che chiederci insieme a questi due grandi uomini se mai vi sarà un vero tempo di pace in cui la brutalità umana non abbia spazio, ma il leopardianosovraumano silenzio dei ghiacciai che non conoscono la presenza se non quella della natura ci lascia una risposa secca, senza appello: siamo noi l’anomalia disarmonica del mondo.

Truman Capote, la legittimazione del male

La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/46594/truman-capote-legittimazione-male/

Titolo originale: Capote
Regia: Bennett Miller
Cast: Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Clifton Collins Jr., Chris Cooper, Bruce Greenwood.
Genere: Drammatico, Biografico
98 min
2005

capotexxDi Cinzia Carotti.

Siamo in un mondo in cui gli scrittori erano anche grandi cronisti e il loro lavoro era un prezioso punto di vista sociale dall’ampio respiro, oltre che dalla forte presa emotiva. Lontanissimi dai nostri scrittori contemporanei spesso autoreferenziali e slegati da una storia viva e pulsante, Truman Capote e l’amica Harper Lee (autrice premio Pulitzer per Il buio oltre la siepe) giungono sul luogo di uno dei delitti più efferati della storia americana contemporanea: lo sterminio della famiglia Halcomb. L’arresto di Smith e Hickock, gli assassini, gettò l’opinione pubblica in un delirio vendicativo senza precedenti chiedendo a gran voce la pena di morte, nonostante l’ampia dimostrazione delle fragilità cognitive dell’uno e dell’altro uomo. Capote, dopo il successo dei suoi articoli per il Times, decise di ampliare gli scritti convogliandoli in un libro, A sangue freddo il suo capolavoro.

truman_capoteLo stesso Capote dichiarerà che “scrivere il libro non è stato difficile quanto il viverci sempre assieme” tant’è che sarà l’ultima opera completa del grande scrittore americano. L’ansia di Truman di fronte alla mancata fine del caso, i rinvii dell’esecuzione, il suo libro ancora senza un finale, i suoi sentimenti ambivalenti per uno dei prigionieri che spaziano dalla compassione alla tenerezza al puro disprezzo lo gettano in un caos esistenziale da cui sarà difficilissimo riprendersi, parallelamente al suo crescente alcolismo.

Il film di Miller, dalla splendida fotografia e sorretto dalla magistrale interpretazione del compianto Philip Seymour Hoffman, risulta essere quasi un’integrazione al libro facendoci cogliere tutta la difficoltà emotiva che colse Capote nel dover affrontare un tema tanto delicato quanto antico come la pena di morte. Il diritto alla vendetta sembra prevalere nel suo scritto, senza nulla togliere alla profondità del libro e alla sua magistrale limpidezza. Se lo scrittore Capote risulta essere, spesso e volentieri, un personaggio sopra le righe nei suoi eccessi mondani e all’apice di un successo tanto meritato quanto frivolo, il Capote di Miller scivola volutamente nell’inferno sentendo il suo destino compiersi ad ogni riga che riuscì a catturare da quell’esperienza catartica. “Ci sono libri che il destino spinge perché siano scritti”rivela all’amica Harper mentre inizia a legarsi a uno dei due killer, Perry Smith, riconoscendosi nel passato di quest’ultimo e consapevole del destino che avrebbe potuto renderlo in balia della medesima ira o della medesima patologia nervosa del killer.

Phillip Seymour Hoffman Capote imageQueste sfumature che scorrono veloci fra le pagine di un resoconto memorabile, nel film diventano un punto di vista che ci aiuta a rovesciare la tesi dell’appunto presunto “sangue freddo” di Capote, l’unico realmente riconoscibile in tutta quella disperata vicenda. Ogni delitto non è mai a “sangue freddo” mosso da un male passionale quanto ineluttabile di cui tutti noi potremmo finire vittime, esecutori, o addirittura compiaciuti carnefici. Il film, pur sottolineando la necessità della pena, sembra sposare la tesi (seppur con fatica) secondo cui la bestialità della vendetta di stato non sia la risposta a nessun crimine, anche il più efferato, e la massima ingiustizia sia quella di reputare un essere umano privo di ogni valore; nonostante sia un soggetto problematico e talvolta profondamente pericoloso.

trumancap1Il pericolo di una mente omicida, la ragion criminale, sembrano sposare ognuno di noi anche nelle scelte quotidiane quando agiamo con profondo egoismo contro il nostro prossimo. Nessuna persona viva è immune dal male e dal compierlo, mettendolo in atto anche in situazioni reputate socialmente legittimi, anche con le “migliori intenzioni”. Capote, che è stato profondamente vilipeso dalla così detta “buona società” americana, bollato come un perverso scherzo della natura e del destino necessario solo per il suo straordinario talento e sincerità, per primo ha attuato quei meccanismi di vanità e compiacenza che i vincitori attuano sui vinti, a causa dei quali uscirà emotivamente distrutto al punto di non riuscire più ad ultimare nessun lavoro vagando smarrito fra la sua coscienza e l’indifferenza della società americana. Cavalcando il lato oscuro presente in ogni mente umana, Capote con cinico opportunismo, riesce a far parlare “questo male assoluto e necessario” che inquina e fa brillare la vita di ogni individuo spingendolo verso il proprio destino. Il male come motore segreto della vita sembra prendere una forma inedita, sia nel libro sia nel film.

Truman_Capote_-_A_sangue_freddoIl film restituisce tutte le atmosfere “capotiane” del libro arricchendole di una nuova prospettiva, figlie degli orrori contemporanei sempre più ambigui in cui il senso di giustizia diventa labile ed evanescente spaccato fra egoismi e spietate esigenze di sopravvivenza. La splendida fotografia, il montaggio delicato e mai disturbante crea un’atmosfera di elegante disturbo emotivo arricchito dalla sofferta quanto sofisticata interpretazione di Philip Seymour Hoffman che colpisce per la straordinaria somiglianza con lo scrittore confermandolo uno dei più grandi attori degli ultimi vent’anni; prova che gli valse l’Oscar come migliore attore del 2006.

Corpo celeste, metafisica di un senso sacro

La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/45116/corpo-celeste-metafisica-senso-sacro/

Regia:Alice Rohrwacher
Cast: Yle Vianello, Salvatore Cantalupo, Pasqualina Scuncia, Anita Caprioli, Renato Carpentieri
Genere: Drammatico
98 min
2011

alice_rorwacher-corpo_celesteDi Cinzia Carotti. Marta ritorna a casa, semplicemente. Abbandona la Svizzera, dove si era trasferita insieme alla famiglia, per approdare a Reggio Calabria, terra natia e straniera. La seguono una madre che l’adora, un padre assente e una sorella maggiore che la odia visceralmente.
Tutto ruota attorno alla cresima della piccola che inizia a scontrarsi con la metafisica del dolore cattolico e il sentimento della vita, che adolescente esplode in lei.

Corpo_Celeste_1Alice Rohrwacher debutta alla regia di un lungometraggio con una prova che testimonia la sua abilità nel dirigere attori e attori esordienti, garantendo quel neorealismo che per un film come Corpo celeste è una qualità indispensabile. Tuttavia, non è un film realista in senso classico, la verosimiglianza dell’ambiente, del contesto sociale, si disperde attraverso il senso “celeste” (appunto) del messaggio. Non abbiamo una trama lineare o narrativa che scava il senso adolescenziale della piccola Marta, che si scontra con convenzioni sociali e religiose superstiziose, ma il corpo celeste di un Dio sconosciuto che si confronta con il corpo materiale di una bambina diventata una giovanissima donna, in un mondo in cui essere donne è un fatto indifferente (“chi è lei per Santa Madre Chiesa? Che ruolo ha una donna in tutto questo?”).

Corpo-CelesteLa religiosità formale della popolazione, mista fra ignoranza, superstizione e puro affarismo ipocrita, si scontra con il senso profondo della scrittura in cui il corpo sacro degli uomini è la porta di accesso ad ogni regno di senso. In questo modo Marta compie un viaggio in gironi infernali, quasi fosse un Cristo al calvario che assiste alla brutalità dell’uomo e aborra la sua bestialità. Solo nella madre, Marta, trova comprensione come accadde a Cristo che abbandonato dal padre celeste ha al capezzale del suo calvario la sua madre terrena, certa solida mentre tutto gli si stringe soffocandolo. Il corpo sacro è dunque messo al centro di un viaggio in un occidente abituato a vedere (meravigliosa la scena dei piccoli cresimandi che bendati si aggirano per la chiesa avvolti da un silenzio fecondo di attesa ed emozione) mentre non riesce più a sentire nulla, soprattutto a livello emozionale.

04L’apatia dei ragazzi, dei sacerdoti, il carrierismo feroce del parroco, si scontra con la fede sincera della catechista e il dolore di non poter adempiere al suo sincero desiderio di vocazione non essendo istruita a farlo in modo soddisfacente e la ferocia che è al centro del fuoco della passione (anche cristologica il passo citato sulla “follia di Cristo” e i suoi apostoli costretti a trascinarlo fuori dalla stanza per non correre il rischio di atti sconvenienti). La polvere di una fede viva  si porta nel mondo attraverso la polvere che la bambina amorevolmente toglie dal crocifisso e annusa con estrema curiosità cancellando nel suo cuore ogni reticenza. Ora Marta è pronta per la vera cresima, quella del mondo. Come il crocifisso che si lava nell’acqua del mondo e torna tramite un nuovo battesimo ad essere vivo, Marta scivola in un mondo ostile attraverso un fiume inquinato dai rifiuto, dalla bestialità degli esseri umani e si avventura in una casa fatta di speranza e sogno insieme ad altri coetanei che della meraviglia e dello stupore hanno fatto il loro credo.

Corpo celeste 3Chi si aspettava una narrativa precisa e neorealista sarà sicuramente deluso e poco affascinato, ma siamo di fronte ad un vero gioiello del nostro cinema che si fa strada attraverso sceneggiature simboliche e coltissime in cui letteratura alta (quella di Anna Maria Ortese che scrisse appunto Corpo celeste a cui si è liberamente ispirata la regista) e cinema di qualità convivono in un rapporto fecondo e da ampio respiro internazionale.

Assolutamente consigliato.