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Fiera di Francoforte 2019: una meravigliosa annata

Alla Fiera di Francoforte arrivano nuovi dati positivi per il mercato editoriale. Tutte flessioni positive, anche i nostri libri tradotti all’estero sono in continua crescita (sempre viva Elena Ferrante!)

La Buchmesse vede quasi 8.000 editori da oltre cento paesi. Torino riesce a registrare numeri altrettanto vertiginosi ma il prestigio della manifestazione (ormai storia per il mondo dell’editoria mondiale) è indiscusso e fonte di attenzione profonda. Di seguito i dati che animano il nostro mercato editoriale: un +9% di diritti venduti e un buon +5% nei primi otto mesi dell’anno per il giro d’affari editoriale.

Dopo quasi otto anni, il mercato editoriale italiano, vede aumentare anche il numero di copie vendute: +4% rispetto al 2018. Con questi numeri l’editoria italiana si presenta alla Buchmesse di Francoforte più forte sul piano internazionale, confermando inoltre la sua prima posizione tra le industrie culturali del Paese.

Il Presidente AIE Levi, commentando i dati straordinari dell’export rispetto al 2018, ha colto l’occasione per ricordare che l’Italia sarà l’ospite d’onore della prossima edizione 2021 della Fiera di Francoforte presentando un paese che ha ritrovato vigore nelle sue proposte letterarie e credibilità sul piano culturale internazionale.

 

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Cosa sappiamo della Pecora Elettrica e perché è inutile separare il neofascismo dalla mafia.

Come secondo post avevo in carico le bozze per i percorsi dei gruppi di lettura che sto seguendo, tuttavia, non potuto resistere vista la gravità pressoché ignorata di alcuni fatti recentemente avvenuti.

Giorno 6/11/2019

Lo scorso 25 aprile, corrente anno domini, brucia una delle caffetterie e librerie indipendenti della periferia romana, precisamente a Centocelle. Il 6 Novembre 2019, a seguito di donazioni raccolte e tanta solidarietà nazionale, avrebbe dovuto riaprire la Pecora Elettrica – così fa di nome perchè a noi la cultura piace citazionista; avete colto la meravigliosa allusione a P.K. Dick e al suo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”; quello di Blade Runner sì.

Il condizionale è d’obbligo, infatti, la liberia ormai completamente restaurata e carica di libri è data nuovamente alle fiamme.

Alle 3 di notte, dopo una segnalazione, sono intervenuti sul posto i carabinieri della compagnia Casilina, insieme ai vigili del fuoco. “Non siamo ancora in grado di quantificare i danni prodotti da questo nuovo incendio – fa sapere uno dei rappresentanti del locale – non sarà possibile riaprire domani 6 mesi dopo il primo rogo come avevamo previsto. Siamo stati allertati nella notte dal sistema di allarme che avevamo fatto installare nel negozio”.

La pista dell’attentato è quella più credibile. I fascisti che avevano colpito il locale, durante il 25 aprile, hanno voluto mandare un nuovo segnale di intimidazione. Oppure potrebbero essere attentati di stampo puramente mafioso. Zona di confine e di spaccio organizzato, così i cronisti locali amano colorare i fatti, quasi fossero un mistero da temere. 

Il popolo di internet, tuttavia, chiarisce: non sono i neri, sono i mafiosi. Lo sottolineano con forza, come se temessero la lesione volontaria a un diritto fondamentale democratico, quale la libertà di pensiero e opinione, da parte di infiammati comunisti.

Non si fanno processi in rete. Non si fanno indagini su internet. Limitiamoci ad elencare i fatti. Nelle prime due vie parallele al corso della suddetta liberia esistono ben due presidi di Casapound e Forza Nuova. Dopo due vie laterali esiste un centro culturale di estrema destra facente capo sempre l’organizzazione Casapound con annessa birreria. Questi sono tutti in piedi, frequentati, vivi.

Giorno 9/11/2019. Brucia, adiacente alla Pecora Elettrica, anche il Baraka Bistrot reo di aver espresso solidarietà all’esercizio adiacente e  aver offerto il locale per accogliere una assemblea di quartiere proprio a seguito della volontà popolare. 

Giorno 9/11/2019. Imbrattato il Giardino dei Giusti inaugurato da Liliana Segre. 

Giorno 10/11/2019. A Modena bruciano i contenitori per il bookcrossing nel parco Amendola.

Giorno 5/11/2019. Liliana Segre è sotto scorta a causa della violenza e della pericolosità concreta degli insulti ricevuti in rete. 

cq5dam.web.738.462 (3)Eppure, sappiamo che il sistema mafioso e il sistema fascista hanno molto in comune. A Roma in particolare. La santificazione del sangue di famiglia, l’onore, il codice, ecc. Lo squadrismo è la prima somiglianza. Si può dire, preparandosi a feroci aggressioni verbali, che siamo stati un popolo fascista perchè in qualche modo siamo stati (stati?) ANCHE uno stato mafioso.

Antonio-Scurati-MAntonio Scurati in “M. Il figlio del secolo” mette in luce un evento molto significativo pressoché dimenticato. Il 13/11/1919  dopo che un comizio fascista a Milano si è svolto regolarmente con l’intervento di Mussolini, a Lodi si verificano gravissimi incidenti in occasione di un comizio fascista al teatro cittadino Gaffurio: qui una consistente massa di manifestanti attacca il teatro, scagliandosi contro il palco, per impedire il comizio. Alcuni fascisti rispondono esplodendo colpi di pistola, che provocano tre morti ed alcuni feriti. Il gruppo fascista, rimasto padrone del teatro, è arrestato quasi per intero dalla forza pubblica finalmente sopraggiunta; l’elenco dei carcerati di Lodi comprende alcuni nomi destinati a diventare famosi nell’ambiente fascista e squadrista; vi sono, tra gli altri, Italo Bresciani, Leandro Arpinati, Arconovaldo Bonaccorsi, Luigi Freddi e Asvero Gravelli.

Perchè è importante questo fatto? Fu il primo in cui i Fasci di Combattimento si sentirono legittimati a colpire. L’uso della forza squadrista presuppone una certezza di tipo ideologico, una sicurezza seppure illusoria di uscrine in qualche modo legittimati, puliti. La chiave è convincere i propri affiliati ad agire per il bene di qualcun altro, che ancora non capisce o non vuole capire la gravità del degrado sociale, farsi garanti prima, ispettori dopo e infine esecutori di una purga ideologica in grado di ripristinare le solide basi da cui prima: Famiglia, Stato, Patria. La narrazione di rovina, invasione, degrado, corruzione morale è la base da cui le violenze squadriste hanno sempre attinto. 

Arbitri in una oggettiva guerra economica, una disuguaglianza sostanziale, economica e sociale.

Questa violenza è possibile, tuttavia, solo in un momento preciso: il silenzio istituzionale. Se lo Stato, la cittadinanza, tace allora la violenza ha il diritto di parlare. Sia che sia violenza mafiosa, sia che sia violenza nera o rossa.

La progressiva ascesa, crescente e costante dagli anni 1919-1924, è riportata in modo sistematico nella pagina dedicata.

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Ora è vero che il capitalismo liberista ha edulcorato le basi nazionali. L’attività di lucro mafiosa legata alle droghe ha una profonda radice in alcune famiglie latine, e non a caso di ideologie filo nazionaliste. Mafia e fascismo hanno in comune il desiderio di sovvertire un sistema finanziario che vede nel consumo individuale, nella responsabilità personale e nelle scelte sostanziali il fulcro di una cittadinanza attiva rispetto a una collettività di massa guidata da solide ideologie normanti.

Verissimo che parlare di ritorno al fascismo è esagerato. Vero è anche che una sacca della popolazione, ormai non troppo esigua, si stenta legittimata ad agire con la forza. Da chi si sentono legittimati? Come mai la mafia (se di mafia si tratta) colpisce i locali di Sinistra e non di Destra? Il principio esposto sopra allora è valido?

Perchè le istituzioni non intervengono? E’ forse la domanda più pressante.

Dovremmo provare a dipingere un quadro di mandanti. Il punto è che non lo vogliamo davvero. 

In fondo, parlare di emergenza democratica è esagerato. Giusto?

Si ringrazia Skytg24 per le fotografie prese in prestito.

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Della letteratura americana e dell’amore indefinito

Sottotitolo: il “pippone” ha un senso, fidatevi arrivate fino in fondo.

Perché leggere la letteratura nord americana? La risposta è impossibile e ha, per giunta, delle premesse irrisolvibili. La letteratura americana è un ibrido indefinibile. Non esiste il grande romanzo americano, non esiste alcun romanzo nazionale che descriva l’America. Senza contare che lo stesso concetto di America è inevitabilmente problematico. Il volto coloniale ha fatto sì che la letteratura americana non avesse bisogno di struttura ma di coraggio. Che parlasse di Dio e di libertà, di lotta e potere. Non si fa cenno alla Nazione se non in termini astratti e patriottici, un concetto puramente funzionale, non dimentichiamoci del senso di “invasione” che pervade la cultura americana in modo fortemente bipolare.

L’America (esiste?) solo come una entità geografica, innegabile nel vero, ma che non può essere fattuale. Quale America dunque? Le famiglie midwestern bianche, borghesi e disfunzionali di Franzen? Le rivendicazioni afro-americane di Baldwin? Le ossessioni ebraiche di Roth? Non può esistere un Grande Romanzo Americano, perché non esiste una versione univoca dell’esperienza americana. Il che è una cosa molto americana.

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E qui entra in gioco la nostra contemporaneità. L’America ha come scenario l’aspetto fondante della globalizzazione, diviene una sorta di presentimento dei nostri anni, ovvero la convivenza di culture radicalmente differenti.  Quali sono i tratti di un mondo ormai globalizzato? Come si tengono unite voci tanto distanti e differenti? Come si può immaginare una letteratura globale che viaggia verso destini culturali e talvolta opposti? Quale voce e quale grazia potrebbe mai narrare in modo preciso le dinamiche fluide in cui siamo immersi? 

Ecco che la letteratura americana diventa così uno specchio di una profondità disarmante. Le infinità delle pianure americane del North Dakota, South Dakota, Nebraska, Kansas, Oklahoma, Iowa, Missouri e Mississippi diventano fiumi coltivati a grano con caratteri simili alle nostre pianure. Non possiamo che sentirci spaventati dalla vastità piatta, quella che mai scompare, nella immensa distesa padana. Le complessità sociali, l’immigrazione, a secoli di distanza, diventano un problema tutto europeo ed ecco che gli echi coloniali del Mississippi tornano a tormentarci; come il Canto della Ward mentre la musica e la bellezza ruvida del Blues, del Jazz e del Rock continuano ad influenzare la vita emotiva di miliardi di persone dettando e definendo pulsioni e desideri più profondi.

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La letteratura americana ci ha fornito (e ci fornisce) quei romanzi che, hanno impostato da un giorno all’altro una nuova visione, una nuova voce, un nuovo modo di leggere il mondo, di confrontarsi o scontrarsi con esso. Hanno saputo imprimere al corso della letteratura una direzione diventando così i migliori interlocutori dei nostri cambiamenti vorticosi. Dietro vi sta un inseguimento instancabile, la ricerca di qualcosa di irraggiungibile, che proprio con la sua consapevole irrealizzabilità, attribuisce significato e scopo all’esistenza. Diventa la “cosa più vicina alla vita” che possiamo immaginare. 

L’America è sempre stata proiettata su due fronti: la ricerca della felicità, costituzionalmente garantita come principio, e la sua impossibilità. Scivoliamo non solo nei romanzi di Richard Yeats, i racconti di Carver, Roth, ma anche nella distopia più furiosa di Philip K. Dick, Ursula L. Guin, i miti pop di Neil Gaiman, l’odissea della frontiera di McCarthy, le nevrosi collettive di Franzen, le visioni di Asimov, le donne elettriche di Naomi Alderman, il coraggio tossico di Hemingway, l’inesorabile di Richard Ford, le donne umili di Lucia Berlin, il contagio della fragilità di Sylvia Plath e Anne Sexton, la galoppata di Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti, l’esasperazione di Bret Easton Ellis, il grido di Harper Lee. L’elenco di nomi è vertiginoso, forse inutile. Wallace è di per sé impossibile da inquadrare in alcun sentimento predominante, forse solo il termine “realismo depressivo” lo può afferrare.

Il tradimento, della promessa mai realizzata di una felicità permeata dal benessere, trasforma l’America nel luogo perfetto per le dicotomie bipolari: il dolore, la passione, la noia e la fine dell’umanità per come la Storia l’ha definita sino ad ora. Compaiono sullo sfondo i ghetti, i mescolamenti culturali, il blues, il jazz, Nick Cave, Pj Harvey, Bruce Springsteen. Il senso profondo dell’America è, però, quell’atavica capacità di resistere al destino inesorabile. Da terra di salvazione, di conquistatori e liberatori, l’America si sveglia vulnerabile dopo un lunghissimo sonno economico. L’11 settembre crea un episodio senza precedenti nella storia americana: il conflitto si sposta nelle terre oltreoceano, per la prima volta l’America viene attaccata dopo la fine della Seconda Guerra. Dio lascia per sempre la sua terra prediletta. Non basta più la benedizione, il senso del coraggio, le lotte intestine che si rispecchiano nel fermento del mondo. Ora manca la grazia e la sicurezza di avere un posto nel futuro del mondo. Ecco che hanno voce Wallace, Andre Dubus, Didion, Oates, Capote in quel presentimento profondo di smarrimento di senso, quello che Flannery O’Connor chiamerà “la polvere nel territorio del diavolo”- ovvero colui che grida (davvero) in ogni forma di vita. Dio non ha più una forma predestinata, non è più la volgarità cattolica e la sua idolatria; ora ha nomi pesanti, di altre culture, ha sensazioni umane – troppo umane – e diviene filosofia ascetica, muore. E così muore l’America per come l’abbiamo conosciuta. 

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La letteratura Nord Americana, tuttavia, non è nata dal nulla. Ha moltissimi anni di raffinazione, forza, voce democratica, libertà e contagio. Si può affermare che la letteratura americana, per come l’abbiamo mitizzata, è nata però nelle librerie. Ha vissuto nel senno dell’esperienza visionaria della Shakespeare and Co. di Sylvia Bleach a Parigi, o del Caffè Select che ospitò Erza Pound, Fitzgerald e l’indimenticata Zelda, Anais Nin, Faulkner, per passare dalle librerie cittadine, di quartiere, dalle biblioteche pubbliche che imposero un canone altrimenti variegato e impossibile da contenere. E’ nata in luoghi iconici come la City Light Bookstore di San Francisco ad opera di Ferlinghetti che diede eco alla Beat Generation; per arrivare ai market dei distributori di benzina che furono presi d’assalto dopo le pubblicazioni di Stephen King andate esaurite in ogni dove. Nulla poteva fermare il senso di coraggio e libertà infuso all’America dalla letteratura, ben consapevole, di essere il nuovo centro culturale del mondo.

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Come fare, quindi, se si vuole approfondire alcuni aspetti di un vero e proprio universo di scrittori e scrittrici? Ecco alcune proposte di lettura che vi permetteranno di affondare le mani in questo orizzonte partendo dai fondamentali.

 

9788858643433_0_0_423_75Guido Fink, Mario Maffi, Franco Minganti, Bianca Tarozzi, Storia della letteratura americana. Dai canti dei pellerossa a Philip Roth, Bur Rizzoli, 2010

 

 

 

 

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Scarpino, Schiavini, Zangari, Guida alla letteratura degli Stati Uniti, Odoya, 2014

 

 

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Inserisci una didascalia

Luca Briasco, Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea, MinimumFax, 2016

 

 

 

 

 

 

51EVARKg6bLMaffi, Scarpino, Schiavini, Americana. Luoghi e icone, canzoni e miti della cultura americana dalla A alla Z, il Saggiatore, 2012

 

 

 

 

 

51906_image_70745352_3038735686162850_3786925037714407424_o-600x450Paolo Battaglia, Italian American Country. Trovare l’Italia nella provincia americana, AnniversaryBooks, 2016

Special guest:

James Wood, La cosa più vicina alla vita. Lezioni sul nostro amore per i libri, Mondadori, 2015

Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, minimumfax, 2010

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Riapre la Sala!

Diverse sono state le ragioni:

  1. Nuove esperienze che necessitano di notazione

Fine!

Tantissimi i nuovi argomenti. Non solo libri, o film, ora si inizierà a parlare anche di serie tv – format lontano dalla Sala per ragioni anagrafiche.

Ho la sensazione che inaugureremo la sezione con Stranger Things. Mentre la sezione appunti vedrà le varie sensazioni raccolte nei GDL a cui parteciperò e una ricchissima nuova selezione per la sezione libri.

Per i film si dovrà attendere… intanto recuperate i pregressi.

E ben tornati nella Sala dei Silenzi.

Superiamo i 13.000 del 2013… apriamo altre favolose annate!

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The Imitation Game, storia di un’ingratitudine

La mia recensione per CineCaverna: http://cinecaverna.altervista.org/2077/recensioni/imitation-game-storia-di-uningratitudine.html

id. – Genere: Drammatico/Storico – Regia: Morten Tyldum –Cast: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Mark Strong, Rory Kinnear Charles Dance, Allen Leech, Matthew Beard, Tuppence Middleton – Durata: 113 min – Anno: 2014

Partiamo da un interrogatorio:  Alan Turing è stato incriminato per atti osceni nei primi anni ’50. Alan  è uno dei crittografi e matematici migliori al mondo e ora si trova a dover raccontare la sua storia personale. Seguendolo nella narrazione approdiamo nel ventre logistico della seconda guerra mondiale approfondendo l’aspetto più trascurato a livello storico ma determinante per l’esisto degli eventi: la comunicazione logistica alle forze militari. Turing insieme ad altri quattro cervelli britannici ha il compito di decifrare Enigma, la macchina che permette ai nazisti di comunicare segretamente gli ordini alle truppe determinare e gli obiettivi militari. Quello che seguiamo, in piena analogia mimetica, è anche la genesi del primo calcolatore di cui Turing è il padre concettuale indiscusso.

The imitation game è una pellicola chiara sin dal principio: è un film narrativo in senso classico. La storia viene confezionata con una precisione geometrica assoluta assai pregevole. Il“gioco dell’imitazione” caratterizza non solo la struttura del film, che richiama le recenti tecniche delle fiction storiche britanniche , ma anche la storia personale di tutti i personaggi. Il team, infatti, è costretto a dissimulare il proprio lavoro essendo costretti al segreto di Stato e a lavorare sotto copertura, e lo stesso Turing è obbligato a tacere la sua omosessualità al mondo perché al tempo illegale;  pena la castrazione chimica o la galera (spesso a vita). Del resto la tesi di dottorato di Turing “The imitation game”, appunto, si basa su un concetto chiave: la realtà non è altro che una imitazione costante di tutti coloro che la vivono. L’uomo imita la natura, i suoi schemi e cerca di riprodurli, così come gli esseri viventi vicini all’essere umano si plasmano ad esso sviluppando tecniche di difesa o di adattamento sempre più efficaci. Questo gioco mimetico, tuttavia, non può essere rivelato perché metterebbe l’individuo in uno stato di svantaggio. Decifrare Enigma è appunto il primo tassello dell’imitazione, il passo successivo è utilizzarlo senza farsi scoprire o i tedeschi avrebbero inventato un nuovo Enigma. In questo ossessivo e doloroso gioco claustrofobico Turing si trova a reggere una menzogna che rappresenta l’essenza di quello che noi chiamiamo la necessità del “male minore”.

In questa precisa e incalzante struttura filmica diretta dal norvegese Morten Tyldum, con sceneggiatori e operatori da tutta Europa, si mostra la Storia nella sua essenza più brutale, quella che non tiene conto della storia personale degli uomini, delle loro emozioni, e dei loro sentimenti ma della logica matematica di sopravvivenza e di spartizione delle risorse. LaStoria ha leggi brutalmente impositive che soffocano ogni personalismo. Finita la guerra però la  piccola storia umana sembra riaffiorare e con essa l’immortale sete di fuga proprio da quel gioco di imitazione che ci coinvolge tutti chiamato: omologazione sociale. In questo Turing spiana quello che sarà il tema centrale della lotta omosessuale: il diritto alla diversità.

Da questa pellicola dal ritmo serrato resta, oltre che la giusta analisi di un genio immenso, l’enorme ingratitudine che gli uomini hanno per i propri simili qualora si dimostrino lontani dagli schemi borghesi e tradizionali di umanità, perdendo non solo il desiderio di conoscenza reciproca ma il rispetto basilare dei diritti fondamentali irrinunciabili. L’omosessuale è svelato nel gioco dell’imitazione e quindi esposto a un costante e perenne svantaggio sociale, dimostrando sulla propria pelle quanto l’uomo tutto sia lontano dall’essere una macchina o un animale da riproduzione.

Benedict Cumberbatch è assolutamente coinvolgente nel suo magnetismo espressivo, delicato e mutevole mentre Keira Knightley è incisiva e mai scontata, mentre Matthew Goode lascia respirare tutta la pellicola regalandoci momenti di puro umorismo britannico. Tutto il cast riesce a confezionare una bella pellicola, tesa, intensa e coinvolgente. Assolutamente consigliato.

★★★½

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Mommy: ritratto di famiglia con disagio

La mia recensione per CineCaverna: http://cinecaverna.altervista.org/mommy-ritratto-di-famiglia-con-disagio/

Genere: Drammatico. Regia:  Xavier Dolan Cast: Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon. Durata: 140 min. Anno: 2014

E’ storia di Steve. Steve ha un disturbo dell’attenzione portato ad esasperanti provocazioni di violenza ed opposizione che lo rendono socialmente pericoloso, ingestibile e vittima della sua stessa rabbia vulcanica. Il film girato in formato in 1:1 lascia spazio a una sola persona nell’inquadratura simbolo dell’inferno particolare che si andrà a delineare, lentamente come la vita stessa, per tutta la durata del film. E’ anche la storia di Diane, la madre di Steve. Soffocata, schiacciata dal disturbo del figlio, si sente succhiare la vita costantemente da questo giovane aggressivo, eppure amatissimo in un’incrollabile pazienza. A questa vita che alterna le facce dell’amore e dell’odio atavico si inserisce Kyle, la nuova vicina balbuziente e remissiva che in loro sembra trovare un inaspettato contatto, gioia e persino affetto. Steve sembra migliorare. Diane trova un altro lavoro seppur misero, grazie a Kyle che aiuta Steve a completare gli studi dandogli ripetizioni quotidiane e sorvegliandolo. E’ tutto in equilibrio su un amore perfetto, semplice e costante, finché la realtà torna a piegare Steve costringendolo a rincorrere la propria libertà che si fa strada in una malattia che sembra invincibile.

Mommy, è la storia della malattia di Steve, dunque. E’ quella che schiaccia lo schermo a 1:1 e la sua assenza invece riporta lo schermo a 4:3. Attraverso questa lente che deforma la realtà di Steve, Dolan cerca di raccontare la visione della vita proprio attraverso questa limitazione cognitiva e spinge perché la complessità della storia restituisca l’affanno verso l’appagamento. Dolan tratteggia tre personaggi lontanissimi da qualsiasi paragone e da altri esempi già trattati. L’inizio lascia spazio a esilaranti scambi, che seppur nella loro stranezza, denotano una complicità totale madre e figlio dalla tenerezza esilarante. Poi si precipita insieme a Steve, non come spettatori ma come famigliari attoniti. Nelle grida, nella camera che gira vorticosamente, nelle risse e nei mobili rotti ci perdiamo, ci smarriamo ma soprattutto abbandoniamo le normali coordinate attraverso le quali giudichiamo ciò che è naturale e ciò che è sconveniente. Steve è una persona a sé nel vero senso della parola.

Mommy è anche la storia dell’Amore. Non solo quello fra madre e figlio, quell’ancestrale incesto che Steve non riesce a vincere schiacciato dalla sua stessa paura di doversi separare dall’unica persona in grado di capirlo. O quello del padre di Steve, che una volta mancato, fa precipitare tutto esattamente come il figlio. Ma quell’amore misterioso che si insidia nonostante tutto. Attraverso la violenza di questo figlio, totalmente insensata ma esclusivamente malata ed emozionale, ci facciamo strada quindi nell’amore più genuino e totale che possa esistere. Una forza disperata che ritarda in modo quasi sovrumano, l’inevitabile. E’ quell’amore che sospende il giudizio, la malattia, il tempo, la violenza e anche la disperazione. Finchè tiene, Steve si salva, e noi con lui.

Grandiosa l’interpretazione di questi attori semi sconosciuti. Brillantissima la regia e la sceneggiatura. Dolan giovanissimo venticinquenne ha già prodotto ben cinque film, tutti di estremo valore artistico. Un ragazzo prodigio dotato di una qualità profondissima: l’empatia. E’ un regista emozionale, pulito, sincero, profondamente onesto e per questo ottimo dietro la macchina da presa, naturale protesi del suo sguardo. Ma una menzione speciale la merita senz’altro la colonna sonora che spazia tranquillamente da Einaudi agli Eiffel 65 passando per Celine Dion e gli Oasis (la loro Wonderwall accompagna quella che è la sequenza migliore del film) e che probabilmente rasenta la perfezione delle ballate folk di Inside Llewyn Davis e la chiusura con Lana Del Rey.E’ vero Boyhood sembrava essere il miglior film del 2014. Niente di più falso, Dolan vince su tutta la linea e vince perché osa.

★★★★★

Pubblicato in: Film

Il sale della terra, la disarmonia universale senza appello

La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/49413/sale-terra-disarmonia-universale-appello/

Titolo originale:  The Salt of the Earth

Regia: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado.
Soggetto: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, David Rosier,Camille Delafon
Genere: Documentario, Biografico
100 min
2014

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?
Matteo 5:13

Di Cinzia Carotti. La vita solitamente fa giri infiniti ma sicuramente la sorte di Sebastião Salgado è singolare. Dopo studi scientifici si è iscritto alla facoltà di Economia e Statistica nel suo paese natale, il Brasile. Abbandona una brillante carriera di banchiere per dedicarsi alla fotografia, complice l’aiuto della moglie Lelia Wanick Salgado e di un viaggio folgorante nelle terre africane. Salgado si occupa soprattutto di reportage di impianto umanitario e sociale, consacrando mesi, se non addirittura anni, a sviluppare e approfondire tematiche di ampio respiro che lo porteranno in America Latina, Brasile, foreste pluviali, deserti ma soprattutto in Africa.

Nessuno poteva prevedere, quando spese tutti i suoi averi per acquistare le attrezzature fotografiche, che sarebbe diventato il fotografo più amato e ammirato al mondo. Fotografo della miseria e della tribolazione umana, Salgado ha raccontato l’avidità di milioni di ricercatori d’oro brasiliani sprofondati nella più grande miniera a cielo aperto del mondo, ha denunciato i genocidi africani, ha immortalato i pozzi di petrolio incendiati in Medio Oriente, ha testimoniato i mestieri e il mondo industriale dismesso, ha perso la fede per gli uomini davanti ai cadaveri accatastati in Rwanda e ‘ricomposti’ nella perfezione formale e compositiva del suo lavoro.

Il documentario racconta queste vicende arricchendole di sfumature biografiche narrate attraverso le voci del figlio, Juliano Ribeiro Salgado, il padre Salgado e la stessa Lelia Wanick Salgado. Wenders ci regala un vero proprio affresco che non è semplice descrizione biografica ma un viaggio attraverso un fotografo che è stato in grado di raccontare il destino dell’umana natura. L’uomo è appunto il sale della terra, colui che nel bene e nel male condiziona l’esistenza del pianeta e delle sue creature. Questa esperienza estetica potentissima viene raccontata con la consueta poesia a cui Wenders ci ha abituati.

Luci e ombre che ci restituiscono le emozioni del narratore, le voci che irrompono negli ambienti incontaminati, colonne sonore essenziali che trascinano esattamente al centro di ogni cosa: l’uomo. In questa epica umanista, tanto cara anche a Terrence Malick, si scorge il destino univoco di uomo e universo così intimamente e perfettamente collegati. Salgado riesce a realizzare in fotografia ciò che Wenders cerca di trasmetterci: la carne di Dio (l’uomo) rischia di compromettere lo splendore del mondo e al contempo riesce a farne parte con estrema naturalezza.

Attraverso scale di grigi con chiaroscuri che impressionano e congelano il momento crudo e meraviglioso dell’esistere  riscopriamo i temi di quella storia infinita e insensata che Salgado stesso ha definito irrimediabile: l’esodo, la sofferenza, il calvario dei paesi sconvolti dalle guerre e dalle nuove schiavitù che iniziano ad affliggere anche i paesi occidentali in un vortice perenne di insensatezza da cui è difficile riemergere senza essersi interrogati sul senso della vita. Mentre il regista ritrae il fotografo in lacrime non possiamo che chiederci insieme a questi due grandi uomini se mai vi sarà un vero tempo di pace in cui la brutalità umana non abbia spazio, ma il leopardiano sovraumano silenzio dei ghiacciai che non conoscono la presenza se non quella della natura ci lascia una risposa secca, senza appello: siamo noi l’anomalia disarmonica del mondo.